Saturday, March 13, 2010

La corsa (versione italiana)

Vai a correre Ronan. Vai a correre, non prendere il litio. Non prendere le pasticche che ti fanno vomitare, che ti spengono il cervello, che ti stringono lo stomaco in uno spasmo di dolore. E lui correva. Non si fermava non si fermava mai lui, chilometro dopo chilometro. Lui correva, la sua speranza di scacciare le voci dalla testa risiedeva sotte le suole delle sue scarpe, la sua forza di sopravvivenza nei muscoli delle gambe. Pensava di non aver mai corso abbastanza, perché un’ora non era abbastanza, e neppure due ore e a volte la giornava si incupiva nei crepuscoli lunghissimi e lui non si accorgeva perché voleva le voci fuori dalla sua testa oppure perché nella sua follía maniacale correre per ore era preferibile a compiere atti insensati di impulsività distruttiva. Vai correre Ronan, gli diceva la voce ed era il padre lo svegliava, lui adolescente tra le lenzuola sudate, ma quanto aveva dormito, hai mangiato Ronan, quand’è stata l’ultima volta che hai mangiato? Stavolta era sua madre, pallida, emaciata, neppure lei mangiava o dormiva ma lei non correva e prendeva tutte quelle pasticche e vomitava e il padre che le teneva la testa sopra il cesso e lei vomitava e diceva basta pastiglie voglio morire e Ronan indossava le scarpe da ginnastica a pezzi e fuggiva nella sua corsa maniacale, fuggiva e correva sulla spiaggia, con quelle lunghe onde che gli lambivano le suole, il sudore che colava no lui non voleva vomitare no.
Le sue notti insonni. Andava in cucina e trovava la madre. Vuoi il té Ronan? Sì mamma, perché non dormiamo noi mamma? Perché il mostro non ci lascia dormire, baby. Il mostro che ti ha divorata, mamma. Quanto aveva corso? Già imbruniva, quanto tempo era passato? L’oceano si gonfiava, grigio coi suoi merletti bianchi, e poi si ripiegava su se stesso, un enorme polmone che respirava ed espirava tutta l’aria della Terra. L’oceano con le sue creature, la sua vita e la sua morte, voleva che lo risucchiasse l’oceano, sperava che quella risacca che gli lambiva i piedi lo portasse via oh come sperava, che le onde lunghe lo inghiottissero oh come sperava e correva mamma perché non sei più qui tutto quel sangue mamma perché mi hai abbandonato lí nella vasca da bagno perché perché il padre era uscito ero tornato a casa e ti chiamavo sei a casa mamma? la porta è aperta dove sei? il padre era uscito e lui correva correva la sabbia era bagnata, grigia come il cielo che imbruniva anche quel giorno imbruniva e girò per le stanze mamma stai male? La luce accesa nel bagno sei lì, stai male? Gli batteva il cuore oh no no no no no nella vasca da bagno quegli occhi chiusi sembrava dormisse ma c’era tutto quel sangue, perdonami aveva scritto sul muro sopra la vasca con le dita intrise del suo sangue prima che la vita la lasciasse prima che il mostro se la prendesse oh no no no no non respirava neppure lui riusciva a respirare quel panico incontenibile l’urgenza di gridare ma il grido non usciva, perdonami, a chi l’avevi scritto mamma, a me o a mio padre, a chi l’avevi scritta quell’ultima implorazione, a chi la volevi indirizzare? non riuscivo a respirare e ti toccavo le mie mani piene del tuo sangue e le lacrime che sgorgavano eri morta sola perché sola eri vissuta nella tua malattia, quella no non ti aveva perdonato, corri Ronan corri, le lacrime non ti fanno respirare controlla il respiro, controllalo Ronan non ti fermare e l’ambulanza il padre con gli occhi gonfi i paramedici scioccati pallidi che balbettavano e tutto quel sangue sulle tue mani sul tuo viso sulla tua maglietta Anna che ti stringeva forte, non dicevi niente non avevi parole solo oh no no no no e volevi gridare ma non avevi piú fiato per gridare.
Anna che mi stringeva forte. Il furgone nero, fuori dalla finestra, sul selciato. Ѐ ora Ronan. Lo chiamava il padre. Andiamo Ronan. Lui diceva solo no no no no, si teneva la testa tra le mani, non la voglio vedere seppellita, non vengo, devi venire il padre sulla soglia della casa lo chiamava, l’ha detto anche Mark, ma vaffanculo Mark ne ho le palle piene della sua psicoterapia del cazzo si faccia i cazzi suoi ti avventasti contro tuo padre lo sbattesti con le spalle al muro Anna che implorava basta basta andiamo al funerale, no no no bastardo l’hai fatta morire tu bastardo potevi salvarla l’hai lasciata sola col mostro bastardo ed Anna con le lacrime di rabbia basta adesso andiamo al funerale, non fare così ti prego ti prego.
Corri Ronan, corri, gli diceva Mark alle sedute, non vuoi i medicinali ed allora corri, lo guardava quell’uomo troppo alto e lui si sentiva così piccolo in confronto, corri e non lasciare che il mostro ti prenda, ma io non posso correre sempre, a volte volevi solo rimanere solo Ronan, come quel pomeriggio, mandasti all’aria tutta la casa per cercare quelle stramaledette pasticche era sicuro che la madre le aveva lasciate da qualche parte, prima che il mostro se la prendesse, ecco, mezza boccetta bastano, ed il whiskey del padre, bottiglia quasi piena basta e avanza, camminasti per ore col tuo fardello di malattia e di dolore, camminasti per ore finché trovasti quell’albero, te lo ricordi ancora quell’albero cos’era una quercia? e ti sedetti ed imbruniva ed il cielo era limpido e turchese e mandasti giú meticolosamente quegli ansiolitici uno dietro l’altro, pasticca dopo pasticca con il whiskey, sorsi lunghi per mandarle giù bene, giusto per essere sicuri, tutto dopo un po’ sembrava strano a poco a poco il repiro si faceva più difficile e lento e volevi dormire di quel sonno liberatorio, le palpebre pesanti e la nausea, la bottiglia vuota rotolava ai tuoi piedi e la boccetta vuota nella mano, dissero che ti trovò un ragazzo in giro con il cane pensava dormissi ma poi vide la bottiglia e la boccetta e capì, furbo il ragazzino, corse a chiamare qualcuno ma le case erano lontane ci mise una vita l’autombulanza ad arrivare ed i paramedici, piccoli sprazzi, ricordi insani come i tasselli di un mosaico, quel dolore lancinante al petto, alle costole, allo sterno e quell’uomo che premeva con i pugni e che gridava è tornato ma lui andava e veniva i pugni allo sterno e le scosse elettriche al torace, sembrava un film gli disse Mark, che lo aspettava mezzocadavere alle emergenze, il padre con gli occhi allarmati no anche lui, perché anche lui? Perché anche lui? Lasciatemi in pace sussurravi ai medici che ti dicevano sei fortunato ragazzo, due arresti cardiaci e la lavanda gastrica, perché mi avete riportato in vita, chi vi ha dato il permesso? Sussurravi perché eri esausto e la gola ti faceva male ed il torace ti faceva male ma volevi gridare, Mark che ti guardava con gli occhi lucidi e diceva non è questo che vuoi non puoi farti questo ed il grido gli venne fuori che cazzo vuoi che cazzo volete tutti vi detesto lasciatemi crepare in pace, e ti bloccarono le mani ti misero le cinghie ai polsi e alle caviglie, ti fecero quell'iniezione perché tu gridavi lasciatemi morire in pace.
Corri Ronan, corri nel lunghissimo crepuscolo, corri, le nuvole si accumularono gonfie di pioggia e le lacrime sul viso ed il fiato che gli mancò di colpo, crollò sulla sabbia bagnata esausto, si girò sulla schiena e guardò le nuvole, ansimando piano a lunghi respiri, il cuore che batteva, batteva forte, vivo. La pioggia, lento lacrimoso risveglio cominciò a scendere lenta e tiepida, si mischiò alle sue lacrime mentre lui giaceva, bambino abbandonato, su quella sabbia umida.
Perché te ne sei andata, mamma? Perché mi hai lasciato solo con il mostro?
E la pioggia adesso era battente e disperata.

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